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Si può camminare in una città senza calpestare le sue strade, per viverla attraversando una fotografia. Maniello, giovane fotografo ed interessato su più campi delle arti visive, ha questa consapevolezza ed in questa esposizione in 3D, mostra ancora una volta tutto il suo interesse per l’uso innovativo del mezzo tecnologico.Il percepire la terza dimensione infatti, porta l’osservatore ad uno stato di curiosità per il dettaglio che solitamente non ha; è così che ci viene offerta la possibilità di percepire l’essenza della città: il suo DNA per l’appunto. La terza dimensione ci porta ad esplorare, ad entrare “dentro” le foto. Il percorso che la città ci regala è ricco di immaginazione, ma solo se siamo disposti ad abbandonare le nostre convinzioni e sentirci raccontare la loro storia. Salutiamo così statue vive, che, incontrandoci stupite, dialogano con noi, chiedendoci da dove veniamo e come siamo riusciti ad oltrepassare la pellicola, rimanendone prigionieri. Incontriamo la tradizione popolare della sirena abbandonata in riva al mare, che attende solo di raccontarci la sua versione della storia. Saliamo e scendiamo scale di marmo e di pietra che ci conducono nei vicoli di un posto così familiare, tanto da volerlo soffocare nei ricordi passati. Ci affacciamo dal punto più alto per scorgere il mare: è sempre stato lì davanti, eppure in quell’istante ci sembra magico, tanto da donarci la forza di navigarlo per la prima volta. Rimaniamo a guardare il cielo incastrato tra i tetti dei palazzi, che non c’erano mai parsi così alti. Non v’è traccia dell’uomo, ma tutto, ogni cosa ci riconduce a lui. Così saltiamo velocemente da un’antenna all’altra per arrivare finalmente alle falde di un vulcano che finge di dormire per non spaventarci, ma che in fondo cova il suo rancore per tutti i “diavoli” che vivono questa città incuranti del tempo che passa. Decidiamo di salire in cima, per poi finalmente abbandonarci e volare, ma senza le ali. Solo alla fine capiamo di doverci confrontare con la morte, per essere risucchiati dalle viscere della città che galleggia sul vuoto e risalire su per quelle strade, che stavolta calpestiamo come sempre. Qualcosa è cambiato. Non siamo più gli stessi. Prima di essere imprigionati eravamo confusi, vivendo realmente la città attimo per attimo. Dopo l’esperienza tridimensionale siamo certi di essere stati a Napoli e di essere stati contaminati dalla sua doppia identità.

 

testo di Marina Tondo

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